di Gaspare Serra. Il dato è tratto: Silvio Berlusconi è morto! Politicamente, s’intende… Il 12 novembre, rassegnando le dimissioni, il Cavaliere ha irrimediabilmente inciso la parola “fine” su una stagione politica protrattasi quasi un ventennio, inaugurata e conclusasi praticamente allo stesso modo: con un videomessaggio agli Italiani, coerente fino all’ultimo con il suo inimitabile stile da “tele imbonitore”. Era il ‘94 quando il magnate italiano delle tv commerciali “scendeva in campo” annunciando una “rivoluzione liberale”, riuscendo in un’impresa dai più giudicata temeraria: smontare pezzo per pezzo l’impetuosa “macchina da guerra” dell’allora Pds, segnando di fatto l’avvento della seconda Repubblica. Un’era geologica nel frattempo è trascorsa, contraddistinta dal trapasso dall’età delle “monetine” (di Craxi) a quella delle “papine” (di Silvio), ultime comparse di quel “teatrino” (si direbbe ormai “festino”) della politica di cui il Cavaliere si era presentato come acerrimo avversario, almeno prima di assumere anch’egli una parte da protagonista! Eppure l’ex Premier può vantare di aver raggiunto almeno un traguardo: essersi ritagliato un ruolo da protagonista nei libri di storia. E così colui che 17 anni fa si presentava al Paese come “homo novus” (geniale imprenditore di successo, modernizzatore e fuori dagli schemi), oggi - se non altro per sopraggiunti limiti d’età -appare soltanto l’ombra di se stesso: il reduce di una seconda Repubblica ancor minorenne, eppur già scomparsa! Per questo il Cavaliere appare oggi come l’ultimo giapponese: come uno di quei reduci dagli occhi a mandorla della Grande Guerra dimenticati dal loro Paese in uno di quegli isolotti oceanici ai confini del mondo (dove per anni son sopravvissuti continuando a resistere contro un nemico immaginario, con la sola compagnia di armi arrugginite), allo stesso modo il Cavaliere, già da tempo abbandonato dai suoi stessi alleati, continua a combattere come un “protagonista solitario” della storia, un patriota disposto a immolarsi per una causa nella quale nessuno più crede: "l’anticomunismo"! Sinceramente convinto di esser sceso da cavallo (piuttosto che esser stato “disarcionato” dalle cancellerie europee e dai mercati!), il Cavaliere non ha perso occasione nel corso della sua prima uscita pubblica da dimissionario per blandire l’arma più logora del suo repertorio: l’anticomunismo! Il clima, però, è irrimediabilmente mutato: non sono in pochi, anche tra i suoi stessi sostenitori, a interrogarsi se valga la pena rispolverare antichi slogan ideologici e populisti in una fase in cui il Paese tutto, sotto attacco della speculazione internazionale, corre seri rischi di “default”. L’impressione che emerge è che l’incorreggibile Silvio, a corto d’argomenti, speri di “riesumarsi” tirando fuori dal cilindro sbiadito il solito “asso della manica”, il “cavallo di troia” più esibito della retorica berlusconiana, emblema di una destra confusa e sguaiata: “La sinistra non è cambiata, sono ancora gli stessi”, ha sentenziato lo scorso novembre Berlusconi dal palco di un convegno dei Popolari liberali, aggiungendo che sarebbe “l’uomo più felice se dalla sinistra arrivasse quella maturazione verso la libertà, verso un rapporto libero tra cittadini e Stato, mentre loro vogliono che lo Stato sia superiore al cittadino, con il cittadino messo al servizio dello Stato”. Ha, poi, ricordato per l’ennesima volta i motivi del suo impegno politico: “siamo scesi in campo nel ’94 per non lasciare il Paese in mano a quelli che nel loro profondo sono rimasti comunisti. Per questo stesso motivo siamo ancora in campo! I comunisti non hanno mai fatto i conti con il loro passato e con gli orrori di una ideologia spaventosa, la più disumana e criminale della storia dell’uomo che ha prodotto solo miseria, disperazione e più di 100 milioni di morti!”. Infine, l’Uomo d’Arcore ha così rassicurato i suoi sostenitori: “siamo e resteremo in campo per garantire a tutti di poter vivere in un Paese democratico e libero… continuiamo a combattere uniti! I comunisti italiani si sono imborghesiti, hanno imparato a vestirsi con capi firmati e scarpe fatte su misura, pasteggiano a caviale e champagne. Hanno cambiato il nome più volte ma il trucco non ha funzionato perché sono rimasti gli stessi di prima con gli stessi pregiudizi, lo stesso modo di fare politica… l’abitudine di mistificare la realtà, demonizzare l’avversario e calunniarlo cercando di farlo fuori!”. Ma oggi in Italia non s’intravedere più nemmeno un’ombra rossa: dei sostenitori di quella contestata ideologia non ne è rimasta più traccia! “Al lupo, al lupo!”, sembra imperterrito ammonire il Cavaliere… Ma oggi chi sarebbe il “lupo”? Chi gli “eversori rossi” che attenterebbero alle nostre libertà?! Il freddo e tecnocrate Mario Monti (di fatto nominato dalla “culona tedesca” - come ribattezzata da “il Giornale”- per realizzare quelle riforme liberali che la destra italiana non è stata in grado in un ventennio nemmeno di cantierare)? Nichi Vendola che persino Bertinotti accusa di star spingendo Sinistra e Libertà verso una socialdemocrazia di stampo europeo? Gli ormai consunti D’Alema e Veltroni, tra gli ultimi post-comunisti che siedono in Parlamento e tra i primi promotori di un governo di tecnici e banchieri e di un’alleanza politica coi post-democristiani? Oppure Giorgio Napolitano, ex comunista, che oggi siede al Quirinale con il non secondario merito di risultare l’unica autorità pubblica che riscuote ancora della fiducia nella stragrande maggioranza degli Italiani? leggi tutto »